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lunedì 17 giugno 2019

Non si può servire due padroni... Fiducia nella Divina Provvidenza...Tocca a noi scegliere quale dei due padroni vogliamo seguire...



L'anima che non cerca Dio solo sopra tutte le cose è divisa dall'opportunismo e facilmente accondiscende al mondo, pur pretendendo di conservarsi fedele al Signore. È questa la grande piaga che infetta il carattere cristiano e che dà origine a quei fedeli smidollati che si danno praticamente al male conservando solo la maschera del bene.
Eppure i principi di Gesù Cristo e quelli del mondo sono così opposti che non è possibile riconciliarli neppure con i ritrovati più o meno dissimulati della viltà e delle passioni, e perciò il Redentore ci ammonisce decisamente che non si può servire a due padroni. È anche impossibile concentrare tutta la vita nelle cure materiali e nella preoccupazione delle ricchezze e pretendere di concentrarla contemporaneamente nelle aspirazioni del Cielo, poiché quello che ci lega alla terra ci distacca da Dio. Perciò Gesù Cristo soggiunge: Non potete servire a Dio e a mammona, cioè, secondo il significato caldaico della parola, a Dio e alla ricchezza. Non dice: "Non potete avere Dio e la ricchezza", perché questo è stato possibile a tanti Santi, ma: Non potete servire, cioè dedicarvi con l'anima e con le forze (30).
La premura che hanno gli uomini di accumulare ricchezze è giustificata dalla necessità della vita, e da questo pretesto comincia in noi quella terribile passione per le cose terrene che degenera ben presto in avarizia. Perciò Gesù Cristo tronca alla radice la pessima pianta, dicendoci di non affannarci per l'alimento e per il vestito. Non dice di non pensarci, ma di non preoccuparcene fino al punto di dimenticarci di Dio e della fiducia che dobbiamo avere in Lui come Padre di tutte le sue creature. Dio vuole che lavoriamo per provvederci di cibo e il vestito, ma il lavoro non può e non deve diventare così assillante da troncare o danneggiare la vita dell'anima. Servendo Dio, il lavoro diventa una via di Provvidenza; trascurando Dio, s'isterilisce miseramente e diventa fonte di assillanti preoccupazioni, come dolorosamente si vede nelle famiglie e nelle nazioni che hanno dimenticato il Signore.

mercoledì 22 maggio 2019

VI Settimana di Pasqua con Sant’Agostino - CRISTO È LA NOSTRA PACE E LA NOSTRA GIOIA



(Cristo) infatti è la nostra pace...
Egli è venuto perciò ad 
annunziare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini.
(
Ef 2, 14. 17)


INTRODUZIONE
Primo frutto della resurrezione è il dono della pace. E’ il saluto che Gesù rivolge ai discepoli nel cenacolo: Pace a voi! (Gv 20, 19); non un invito rassicurante contro il timore dei discepoli, ma il segno che inaugura quell’era messianica, tanto attesa dai profeti dell’Antico Testamento. La pace di Cristo non è paragonabile all’accordo stabilito tra gli uomini, non è la tregua tra nemici che cessano di combattere; non è neppure la pace del mondo, costruita sulle basi della diffidenza, dell’odio e dell’incomprensione. La pace di Cristo è comunione con Dio, è amore fraterno; è concordia, ordine, unità, desiderio di abitare nella casa del Padre dove si realizzerà la vera pace. La pace di Cristo si identifica e si riconosce nella persona di Cristo. Lasciando ai suoi discepoli la sua pace, quale testamento spirituale, Cristo si è impegnato nel non abbandonare coloro che ha redento a prezzo del suo sangue: Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo. (Mt 28, 20)

Dal "Commento al Vangelo di S. Giovanni" di sant’Agostino, vescovo (In Io. Ev. tr. 77, 3-5)


La pace promessa da Cristo



Vi lascio la pace, vi do la mia pace (Gv 14, 27). Questo è ciò che leggiamo nel profeta: Pace su pace. Ci lascia la pace al momento di andarsene, ci darà la sua pace quando ritornerà alla fine dei tempi. Ci lascia la pace in questo mondo, ci darà la sua pace nel secolo futuro. Ci lascia la sua pace affinché noi, permanendo in essa, possiamo vincere il nemico; ci darà la sua pace, quando regneremo senza timore di nemici. Ci lascia la pace, affinché anche qui possiamo amarci scambievolmente; ci darà la sua pace lassù, dove non potrà esserci più alcun contrasto. Ci lascia la pace, affinché non ci giudichiamo a vicenda delle nostre colpe occulte, finché siamo in questo mondo; ci darà la sua pace quando svelerà i segreti dei cuori, e allora ognuno avrà da Dio la lode che merita (cf. 1 Cor 4, 5). In lui è la nostra pace, e da lui viene la nostra pace, sia quella che ci lascia andando al Padre, sia quella che ci darà quando ci condurrà al Padre. Ma cos'è che ci lascia partendo da noi, se non se stesso, che mai si allontanerà da noi? Egli stesso, infatti, è la nostra pace, egli che ha unificato i due popoli in uno (cf. Ef 2, 14). Egli è la nostra pace, sia adesso che crediamo che egli è, sia allorché lo vedremo come egli è (cf. 1 Io 3, 2). Se infatti egli non ci abbandona esuli da sé, mentre dimoriamo in questo corpo corruttibile che appesantisce l'anima e camminiamo nella fede e non per visione (cf. 2 Cor 5, 6-7), quanto maggiormente ci riempirà di sé quando finalmente saremo giunti a vederlo faccia a faccia?
Esiste dunque per noi una certa pace, quando, secondo l'uomo interiore ci compiacciamo nella legge di Dio; ma questa pace non è completa, in quanto vediamo nelle nostre membra un'altra legge che è in conflitto con la legge della nostra ragione (cf. Rm 7, 22-23). Esiste pure per noi una pace tra noi, in quanto crediamo di amarci a vicenda; ma neppure questa è pace piena, perché reciprocamente non possiamo vedere i pensieri del nostro cuore, e, per cose che riguardano noi, ma che non sono in noi, ci facciamo delle idee, gli uni degli altri, in meglio o in peggio. Questa è la nostra pace, anche se ci è lasciata da lui; e non avremmo neppure questa, se non ce l'avesse lasciata lui. La sua pace, però, è diversa. Ma se noi conserveremo sino alla fine la nostra pace quale l'abbiamo ricevuta, avremo quella pace che egli ha, lassù dove da noi non potranno più sorgere contrasti, e nulla, nei nostri cuori, rimarrà occulto gli uni agli altri.
E noi, o carissimi, ai quali Cristo ha lasciato la pace e dà la sua pace, non come la dà il mondo, ma come la dà lui per mezzo del quale il mondo è stato fatto, se vogliamo essere concordi, uniamo insieme i cuori e, formando un cuor solo, eleviamolo in alto affinché non si corrompa sulla terra.
In breve...
Rientrate nel vostro cuore, o prevaricatori (Is 46, 8), e unitevi a Colui che vi ha creati. Restate con Lui e resterete saldi; riposate in Lui e avrete riposo. Dove andate, alle tribolazioni? Dove andate? Il bene che amate deriva da Lui. (Confess. 4, 12, 18)


LUNEDÌ

sabato 11 maggio 2019

L'impressione del discorso di Gesù Cristo sui suoi discepoli e la sua replica per confermare la sua promessa... Commento del Sac.Dolindo Ruotolo



Molti dei discepoli di Gesù Cristo, ascoltando il suo discorso, dissero fra loro stessi: Questo discorso è duro o, secondo il testo greco, è aspro, è crudele, e chi può ascoltarlo? Avrebbero dovuto dire semplicemente che era assurdo, avendolo preso in senso materiale di un corpo fatto in pezzi e dato da mangiare e di un sangue bevuto nell'uccidere il corpo, ma era tanto l'accento di verità delle parole di Gesù che non poterono dirlo.
Essi inconsciamente sentivano che era vero e, non intendendone il senso, lo dichiaravano duro, aspro, crudele. Gesù Cristo, conoscendo i loro pensieri e le loro mormorazioni, disse: Voi vi scandalizzate di quello che vi ho detto? E se vedrete salire il Figlio dell'uomo dov'era prima? Lo spirito è quello che vivifica, la carne non giova a nulla; le parole che io vi dico sono spirito e vita. Egli rispondeva alla loro interpretazione antropofaga delle sue parole e faceva notare che il suo Corpo non aveva bisogno di essere diviso per darsi. Essi lo avrebbero visto salire dove era prima, cioè al Cielo e avrebbero osservato, ancora una volta, che quel Corpo poteva sottrarsi alle leggi della materia ascendendo, mentre il suo peso l'avrebbe portato in basso.

sabato 27 aprile 2019

ANDAVANO PIENI DI GIOIA... Nella luce gioiosa del Risorto



È sera. I discepoli si trovano là, nel cenacolo, chiusi, assorbiti nella tristezza e paralizzati dalla paura. Il Signore entra attraverso le porte chiuse e li saluta: Pace a voi.» (Gv 20,19). Subito in quella stanza si accende una grande luce. Il testo evangelico annota: «E i discepoli gioirono al vedere il Signore (Gv 20,20). La luce del Risorto inonda i loro volti e i loro cuori; in questa serena atmosfera i loro occhi lo riconoscono e si riaprono alla speranza.
Poi, lungo i quaranta giorni della sua permanenza tra loro prima di salire al Padre, Gesù risorto rinnova por i discepoli gli appuntamenti della gioia, però non li illude, lasciando loro pensare che il tempo del dolore sia finito. No, per i discepoli il tempo della prova sta per incominciare. Egli predice loro apertamente e ripetutamente le sofferenze cui andranno incontro. Se vogliono essere suoi testimoni, annunziatori del vangelo e cooperatori di salvezza, devono necessariamente partecipare anche alla sua croce. Solo attraverso questa partecipazione alla sua sofferenza potranno partecipare anche alla sua risurrezione ed entrare in quella pienezza di gioia che coincide con la pienezza di vita in lui. La luce del mattino di Pasqua è soltanto il primo bagliore; è soltanto l'alba del giorno che dove crescere fino al pieno meriggio e non conoscere tramonto.

martedì 16 aprile 2019

Giuda, presente all'Istituzione eucaristica, non tradì per destino ma per sua libera volontà...




Chiamando beati gli Apostoli se avessero seguito il suo esempio nella missione che loro assegnava, Gesù si commosse profondamente. Egli vedeva che uno di essi non solo non lo seguiva in quel ragionamento, ma si urtava internamente e contrastava con Lui, pur non manifestandosi apertamente. Perciò soggiunse: Io non parlo di tutti voi.
Poi si fermò un momento e pensò che Egli stesso aveva scelto l'Apostolo traditore, Egli stesso aveva chiamato nella santa compagnia colui che doveva essere un demonio e se ne accorò, per ché questo poteva essere di tenebre per tutti gli altri. Perciò, per diradare questa caligine di oscurità, disse: “Conosco quelli che ho eletto, cioè sapevo bene, nello scegliere Giuda, che sarebbe stato traditore, ma l'ho scelto lo stesso per utilizzare la sua perversità nel compimento del disegno di Dio".
Nel salmo 40,10, sotto la figura di Achitofel, traditore di Davide, era predetto il traditore del Messia che, mangiando il pane con lui, cioè vivendo in sua compagnia e precisamente mangiando con Lui nella Cena stessa dell'amore, avrebbe alzato il calcagno contro di lui, mostrandosi suo nemico e cercandolo a morte. Ora, questa profezia preannunciava il futuro, non lo determinava, qua si rendendo necessaria o fatale la colpa di Giuda, e annunciava anche uno dei tratti del disegno divino nella Passione del Redentore, conseguenti la perversità del traditore.
Gesù non scelse Giuda perché fosse un traditore ma perché fosse Apostolo,e certamente, scegliendolo, volle migliorarlo. Sapeva, per divina prescienza, che sarebbe stato traditore e che questo sarebbe stato utilizzato da Dio per il compimento del suo disegno, e lo elesse col Cuore angosciato, in perfetta obbedienza al Padre.
Nella Passione, sintesi di tutti i dolori e raccolta di tutte le umane iniquità che sarebbero state addossate al Redentore, non poteva mancare la rappresentanza del traditore.
Come un pittore che raccoglie un bastoncino di carbonella

venerdì 12 aprile 2019

Per la nostra vita spirituale - Nel mondo siamo soli e incompresi come Gesù



I Giudei dicevano al popolo parlando di Gesù: Egli è un indemoniato e impazzisce; perché state a sentirlo?
Il Figlio di Dio, la Sapienza eterna, trattato da pazzo! Come possiamo mai sperare, noi, un trattamento diverso dal mondo, quando glorifichiamo Dio? Il mondo ci considera come squilibrati e il demonio tenta così di farci temperare talmente lo spirito cristiano con facili condiscendenze alle stoltezze della vita terrena, da non conservarlo più in noi. È così che diventiamo schiavi del rispetto umano e finiamo spesso per non conservare in noi altro che l'apparenza dello spirito cristiano. Non dobbiamo piuttosto ritorcere l'insulto al mondo, stimandolo per quello che è, folle e indemoniato? Possiamo abdicare alla nostra libertà interiore per gli stupidi apprezzamenti e giudizi di chi è schiavo del male? Quale uso e quale legge sociale potrebbe mai giustificare il nostro allontanamento dalla pietà o anche il semplice rilassamento nei doveri della nostra professione cristiana? Alziamo la fronte, per carità, scuotiamo il giogo che ci opprime, respiriamo l'aria salutare del Cielo e siamo contenti di essere considerati come folli dal mondo, per non apparire insensati nel giorno del Giudizio!
Gesù Cristo parla, conferma la sua parola con i miracoli, ma i Giudei non gli credono e non ascoltano la sua voce perché non sono sue pecorelle. Seguiamo Gesù, nutriamo l'anima nostra dei suoi insegnamenti, con i suoi Sacramenti e col vitale alimento che ci viene dalla sua Chiesa, se vogliamo essere pecorelle dei suoi pascoli e ascoltarne la voce. Com'è possibile essere cristiani e avvelenarci alle putride fonti del mondo? Quanti distruggono in se stessi i germi della grazia e spengono nell'intelletto la luce della verità, leggendo libri stolti, partecipando a conversazioni o a spettacoli frivoli e gettando nel loro cuore, a piene mani, le cattive sementi delle passioni! Siamo gelosi della nostra Fede, siamo tutelatori accorti dei tesori che da essa ci vengono e udremo la voce di Gesù ogni volta che si fa sentire nel nostro cuore e ogni volta che ci parla per mezzo della Chiesa.
Quanto è difficile vivere nel mondo e conversare con le creature!
Siamo pecorelle di Gesù e dobbiamo andare dietro a Lui con grande docilità. È un titolo di sommo onore e un'immensa grazia. Che c'importa del mondo? Non ci accorgiamo che la vita sfugge e che il mondo non è nostra eredità? Ci siamo per morirvi e possiamo dire che esso è la nostra bara che si forma quasi a strati a strati con gli anni della nostra vita. Ogni giorno vi aggiunge una particella e l'ultimo giorno della vita la trova completa. Ora, chi si attaccherebbe alla sua bara?
Andiamo dietro a Gesù, buon Pastore, Vita e Risurrezione nostra; ogni giorno passato con Lui ci prepara alla Vita eterna e alla risurrezione, ogni comunione con Lui è un contatto d'immortalità, ogni conversazione con Lui è un'inondazione di luce e di grazia per noi, poiché Egli solo è la Via, la Verità e la Vita. Vivendo con Gesù e di Gesù saremo certi di vivere un giorno nell'eterna gioia, poiché nessuno potrà strapparci da Lui.
Solo Gesù ci comprende e si fa capire da noi
È tanto difficile vivere nel mondo e conversare con le creature; è tanto arduo comprendersi e farsi capire; occorre una continua vigilanza e molta prudenza per non generare, anche con le persone più care, incidenti spiacevoli, e si vive quasi palpitando di angosciosa incertezza.
Gli angoli del mondo che crediamo illuminati dalla scienza e dall'arte, ahimè, da lontano affascinano, ma da vicino sono pieni di nebbia e soffocanti per la polvere della materia che vi si leva. Solo i pascoli di Gesù sono tranquilli e luminosi, solo Egli ci comprende e si fa capire, solo il suo amore ci appaga e ci sazia. Andiamo dunque da Lui e riposiamoci sotto la sua guida nel suo campo ubertoso, la Chiesa, per godere la tranquillità e la pace amandolo, la felicità e la gloria raggiungendolo nell'eternità.
Nel mondo cerchiamo invano la compagnia; siamo soli, dobbiamo essere soli, e possiamo dire che il bilancio di ciascuna giornata passata a contatto con le creature, siano anche le più buone e care, è questo solo: Gesù, Tu solo mi comprendi, solo con te non ci sono equivoci e malintesi, Tu solo sei buono, solo Tu mi sazi e mi consoli, solo Tu sei il mio Amore e la mia Meta, e io voglio essere solo tua pecorella. Ogni giorno che passa m' induce, per esperienze penose, a ridurre le mie parole, la mia franchezza, le mie effusioni con le creature; ogni giorno mi accorgo che cammino fra le spine e capisco che Tu ci vuoi solo e tutti per te, perché Tu solo puoi saziarci d'amore e di pace nei tuoi pascoli.

Tratto da “ I quattro Vangeli – Commento al Vangelo di Giovanni – del Sac. Dolindo Ruotolo – da pag. 1918 a pag.1920

lunedì 8 aprile 2019

Gesù Cristo luce del mondo e l'aberrazione moderna che lo rinnega per assuefarsi alle tenebre del mondo



In occasione della festa dei Tabernacoli si faceva una grande illuminazione negli atri del Tempio, e il popolo vi accorreva con torce accese. Forse c'erano ancora le vestigia di questa illuminazione e non si erano ancora tolte le lampade sospese da ogni parte, quando Gesù, alzando la voce, si proclamò Luce e Guida del mondo, esclamando: Io sono la luce del mondo, chi mi segue non camminerà nelle tenebre ma avrà la luce della vita. In mezzo a tanto sfoggio di luce che gli Ebrei facevano nelle solennità, in realtà rimanevano nelle tenebre dello spirito e non sapevano come volgere i loro passi alla Vita eterna. Ciechi e guide di ciechi, non vedevano neppure nella loro storia e nei loro Profeti, non sapevano discernere l'avverarsi delle divine promesse e si abbrutivano miseramente in una vita tutta materiale.
Gesù si dichiarò non solo la loro Luce, ma la Luce del mondo, cioè di tutte le età e di tutte le nazioni. Luce intellettuale per la rivelazione dell'eterna Verità; Luce del cuore per la guida sicura che Egli dona alle eterne aspirazioni; Luce della vera scienza perché la orienta e le impedisce ogni traviamento; Luce della storia perché la riempie di sé e la spiega; Luce delle arti perché dona ad esse l'ispirazione sublime.
Senza di Lui c'è la barbarie e, rinnegandolo, le nazioni più civili vi ricadono, come si vede e si tocca con mano ogni giorno. Le nazioni che eclissarono semplicemente la sua luce con la nebbia fitta degli errori, delle eresie e dello scisma, decaddero e decadono precipitosamente nell'abisso e, se non giungono ancora nel fondo, è per quel residuo di cristianesimo che ancora le pervade, quasi crepuscolo del giorno già tramontato.

domenica 7 aprile 2019

L'adultera – Commento del Sacerdote Dolindo Ruotolo



Dopo la sua orazione notturna, Gesù, di buon mattino, ritornò nuovamente al Tempio, ossia - come si esprime il testo greco in uno dei fabbricati o dei portici che facevano una sola cosa col Tempio propriamente detto.
Il Cuore gli ardeva dal desiderio di comunicarsi alle anime perché voleva salvarle, e andò Egli stesso a trovarle per annunciare loro le parole dell'eterna Verità e della Vita eterna. Il popolo, che ancora numeroso affollava la Città Santa e dimorava nelle vicinanze del Tempio, notò la sua presenza e gli si accalcò d'intorno per ascoltarlo, nella speranza di assistere anche a qualche prodigio.

martedì 28 agosto 2018

Omelia su san Giovanni Battista - Precursore di Gesù - 29 agosto: memoria della sua passione e morte - Martirio per l’Ordine Morale e la Purezza.



Oggi si ricorda la nascita non su questa terra, ma in cielo di san Giovanni Battista, il precursore del Signore. Tra tutti i martiri egli ha l’onore particolare di essere celebrato due volte dalla Chiesa, una (il 24 giugno) per la sua nascita, l’altra (il 29 agosto) per la sua morte. In questo giorno si ricorda la decapitazione di san Giovanni. Un padre della Chiesa dice: caput prophetae factum est pretium meretricis, la testa del profeta è divenuta il prezzo di una meretrice. Ecco con quale astuzia agisce il demonio contro i santi di Cristo! Pensiamo all’inimicizia che il Signore pose sin dall’inizio tra gli uomini buoni e santi, che appartengono a Gesù, e la stirpe di Satana, il serpente antico. Nessun pacifismo potrà mai togliere di mezzo questa inimicizia irriducibile. Sono terribili le insidie del demonio, perché in esse la più depravata sensualità si unisce alla più sfacciata crudeltà. Sensualità e crudeltà sono due strumenti di Satana che vanno sempre di pari passo.
È bene che pensiamo anzitutto al motivo che portò san Giovanni al martirio.

lunedì 18 giugno 2018

ACHAB E NABOTH - PERSONAGGI DI OGNI TEMPO... di Ambrogio, Santo e dottore della Chiesa, vescovo e patrono di Milano



1. La storia di Naboth è antica per età, ma nel costume è quotidiana. Quale ricco, infatti, non desidera ogni giorno avidamente i beni altrui? Quale potente non pretende di cacciare via il povero dal suo piccolo podere e di togliere chi non ha mezzi dalla terra dei padri? Chi è mai contento di quel che ha? Quale ricco non sente accendersi l'animo dal desiderio di possedere i beni del vicino? Sicché di Achab non ne è nato uno solo; e, ciò che è peggio, Achab nasce ogni giorno e non muore mai a questo mondo. Appena ne scompare uno, ne vengono fuori altri, in gran numero, e sono più quelli che rubano che quelli che accettano di rimetterci. Ma neppure Naboth è l'unico povero che sia stato ucciso; ogni giorno un Naboth è prostrato, ogni giorno un povero viene ucciso. Angosciata da questo timore la gente si ritira dalle sue terre; e il povero, carico del suo pegno d'amore, emigra' con i figli, mentre la moglie lo segue in lacrime, come se accompagnasse il marito al sepolcro. A dire il vero, minore ragione ha di dolersi colei che piange la morte dei suoi cari, poiché, sebbene abbia perduto l'aiuto del marito, ne possiede la tomba; e se ha perduto i figli, almeno non ha lo strazio di vederli senza casa, e non geme perché mancano del pane, dolore più acerbo che non la stessa morte della tenera prole.
2. Fin dove fate arrivare, o ricchi, le vostre assurde cupidigie? Pensate di rimanere soli ad abitare la terra? Perché scacciate chi è compartecipe ai beni della natura e rivendicate per voi soli il possesso dei beni naturali? La terra è stata messa in comune a tutti, ricchi e poveri: perché, voi ricchi, vi arrogate il diritto di proprietà del suolo?
La natura non sa cosa siano i ricchi, lei che genera tutti ugualmente poveri. Quando nasciamo non abbiamo vestiti, non veniamo al mondo carichi d'oro e d'argento. Questa terra (in cui viviamo) ci mette alla luce nudi, bisognosi di cibo, di vesti e di bevande; quando moriamo ci accoglie nudi, come nudi ci ha generato; e non è in grado di rinserrare dentro il sepolcro tutta l'ampiezza di quanto l'uomo possiede. In morte, un piccolissimo pezzo di terra è più che bastevole tanto al povero che al ricco; e quella terra che, mentre era vivo, non bastava alla bramosia del ricco, può, ora, contenerlo tutto nel suo seno. La natura dunque non fa distinzioni tra di noi quando nasciamo o quando moriamo: ci crea tutti uguali e tutti ugualmente ci racchiude nel grembo di un sepolcro. Chi potrebbe distinguere la condizione sociale dei morti? Apri di nuovo la terra e riconosci il ricco, se puoi; scopri dopo qualche giorno la tomba e, se ne sei capace, indica il povero:ma forse c'è questa differenza, che insieme col corpo del ricco si guastano le molte cose che ha addosso.

martedì 22 maggio 2018

Una disputa fra gli Apostoli: chi fra loro era il più grande?



Gesù parlò agli Apostoli della sua Passione ed essi non solo non ne capirono nulla ma, lungo la strada che conduceva a Cafarnao, cominciarono a discorrere su chi tra essi fosse il più grande.
È probabile che, sentendo parlare il Maestro di Morte, di Passione e di Risurrezione, essi avessero capito che Egli alludesse alla morte dei suoi nemici e alla sua risurrezione gloriosa dall'umile stato in cui era all'apice del regno; perciò, supponendo imminente il suo trionfo, cominciarono a discorrere sul posto che avrebbero avuto nel suo regno. Parlavano sommessamente, proprio come chi si confida delle speranze e fa dei progetti. Gesù li lasciò discorrere e solo quando furono in casa interrogò qualcuno di essi sul soggetto dei loro discorsi
Saputolo, li radunò tutti intorno a sé per far loro una grande lezione di sapienza e di umiltà: chi voleva essere il primo doveva essere ultimo e servo di tutti, e chi voleva essere grande doveva essere come un fanciullo, anzi come un infante. Gesù mostrò loro un fanciullo, prendendolo fra le braccia, proprio per mostrare il modello della piccolezza alla quale li chiamava e, poiché essi non capivano quale importanza potesse avere un fanciullo nel regno da Lui preconizzato, li esortò ad accogliere i fanciulli come Lui stesso, per accogliere il Padre che lo aveva mandato, perché sulle nuove generazioni era poggiato lo sviluppo della Chiesa.
Tutte le grandezze del mondo, fondate sull'orgogliosa affermazione di se stessi, non sono grandezze ma estrema miseria, poiché l'orgoglio può tiranneggiare, non può dominare. Chi si fa il primo per orgoglio, in realtà si mette in balìa delle reazioni altrui. e si fa aborrire, senza riuscire a porre l'ordine dove comanda.

domenica 13 maggio 2018

La missione degli Apostoli...



San Marco ricapitola in pochi versetti gli avvenimenti che si verificarono dopo la Risurrezione, perché erano molto noti in mezzo ai fedeli, ai quali, prima di tutto, si annunciavano, predicando il Vangelo, a conferma della fede. Egli accenna all'apparizione fatta a Maria Maddalena, a quella che ebbero i discepoli di Emmaus e a quella che ebbero gli Apostoli, e conclude ricordando la missione che Gesù diede loro e la sua Ascensione al Cielo, ma in questi pochi accenni quante mirabili scene sono sintetizzate, quante delicatezze nel Cuore adorabile di Gesù e – bisogna pur dirlo – quante ingratitudini da parte dei suoi Discepoli! La morte dolorosa di Gesù li aveva disorientati, ed essi avevano perso talmente la fede nel suo trionfo da credere impossibile la Risurrezione. Credettero visionarie le pie donne tornate dal sepolcro e stentarono a credere persino quando Gesù medesimo apparve loro. Anzi, le stesse testimonianze della Risurrezione disorientarono talmente due di loro che pensarono di ritornarsene al loro villaggio di Emmaus, non avendo più speranza alcuna nelle promesse del Maestro divino.
È doloroso pensare tutto questo ed è più doloroso constatare che il cuore umano è sempre duro di fronte alle amorose espansioni del Signore. Si crede facilmente ai disseminatori di errori e di stoltezze e si è sempre titubanti dinanzi allo splendore dell'eterna Verità.
Eppure la fede è confermata da tali innumerevoli argomenti di luce che bisogna essere ciechi per non vederne l'importanza e la realtà. Non crediamo a favole più o meno dotte: crediamo alla Verità, e camminiamo nella nostra povera valle alla luce degli eterni splendori. La nostra fede ci fa cacciare veramente i demoni che Infestano la vita presente; ci fa parlare il linguaggio del Cielo; ci fa vincere i vizi che come serpenti ci insidiano; ci libera dal veleno del male e ci rende forti e sani nelle vie del nostro pellegrinaggio. Credendo, noi abbiamo come meta gloriosa il Cielo, dove Gesù Cristo è asceso per prepararci la dimora della felicità eterna. Non siamo dunque duri di cuore, e ripetiamo spesso il nostro atto di fede al Signore, per essergli fedeli e vincere il mondo.
La fede vera
L'evangelizzazione delle nazioni non è terminata: continua e continuerà fino al termine dei secoli; abbiamo tutti il dovere di cooperarvi con la preghiera e con l'azione, affinché il regno di Gesù Cristo si dilati e si formi di tutte le genti un solo ovile sotto un solo Pastore. Ogni anima cristiana deve preoccuparsi della salvezza delle altre, perché è inconcepibile un cristiano ristretto nel suo egoismo. Il mondo è duro di cuore e non presta fede a quelli che attestano la verità; ma noi dobbiamo vincere la sua durezza con la nostra fede e la nostra carità. Non basta per noi una fede superficiale, fatta più di una certa condiscendenza ad una tradizione nazionale o familiare anziché di profonda convinzione e adesione a Dio che rivela e alla Chiesa che ci illumina e ci guida: occorre una fede piena, capace di manifestazioni grandi e potenti e di frutti miracolosi di grazia.
Gesù Cristo enumerò alcuni miracoli esterni che sarebbero stati segni della fede viva: cacciare i demoni, parlare nuove lingue, prendere in mano i serpenti e, in generale, trattare anche con gli animali nocivi senza averne danno, essere immuni dai veleni e guarire gli infermi.
Questi miracoli avvennero veramente nei primi tempi della Chiesa e avvengono nelle missioni, a conferma della Verità, anche oggi, ma quando non c'è bisogno di questi segni impressionanti, la nostra fede dev'essere così grande da produrli spiritualmente in noi e negli altri; la nostra fede dev'essere piena e tale da ripudiare ogni suggestione diabolica.
Demoni sono gli insidiatori della fede; demoni i falsi profeti, i falsi filosofi e i creatori di ideologie anticristiane; ora, questi demoni dobbiamo avere la forza di cacciarli e, se non lo facciamo, è segno che crediamo poco.
Il mondo ha un linguaggio ignobile e, nella migliore ipotesi, tutto naturale e ristretto nella materia; noi dobbiamo parlare la lingua del Cielo e mostrare la nostra spiritualità nelle parole più comuni della vita.
Non possiamo appartarci dal mondo nel quale viviamo, ma dobbiamo passarvi senza riceverne nocumento, come chi maneggia i serpenti e non ne è morso, beve il veleno e non ne riceve danno.
Il mondo è pieno d'infermità corporali e spirituali, e noi dobbiamo curarle con la nostra fede che sboccia nella carità. Una fede senza carità è una fede paralitica o morta; i miracoli non sono solo quelli che fanno i Santi per dono gratuito di Dio, ma sono anche quelli della carità. Un cuore che si espande per amore di Dio, che consola, che soccorre, che muta un'anima abbrutita in un fiore del campo di Dio e un corpo dolorante in un'oasi di pace e di conforto mostra in sé una grande fecondità di fede e glorifica la Verità anche dinanzi ai miscredenti.

Tratto da “I quattro Vangeli” del Sac. Dolindo Ruotolo


venerdì 2 marzo 2018

PARABOLA DEI VIGNAIOLI OMICIDI...



33 Ascoltate un’altra parabola: C’era un padrone che piantò una vigna e la circondò con una siepe, vi scavò un frantoio, vi costruì una torre, poi l’affidò a dei vignaioli e se ne andò. 34 Quando fu il tempo dei frutti, mandò i suoi servi da quei vignaioli a ritirare il raccolto. 35 Ma quei vignaioli presero i servi e uno lo bastonarono, l’altro lo uccisero, l’altro lo lapidarono. 36 Di nuovo mandò altri servi più numerosi dei primi, ma quelli si comportarono nello stesso modo. 37 Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: Avranno rispetto di mio figlio! 38 Ma quei vignaioli, visto il figlio, dissero tra sé: Costui è l’erede; venite, uccidiamolo, e avremo noi l’eredità. 39 E, presolo, lo cacciarono fuori della vigna e l’uccisero. 40 Quando dunque verrà il padrone della vigna che farà a quei vignaioli? ”. 41 Gli rispondono: “Farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri vignaioli che gli consegneranno i frutti a suo tempo”. 42 E Gesù disse loro: “Non avete mai letto nelle Scritture:
La pietra che i costruttori hanno scartata
è diventata testata d’angolo;
dal Signore è stato fatto questo
ed è mirabile agli occhi nostri?
43 Perciò io vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare. 44 Chi cadrà sopra questa pietra sarà sfracellato; e qualora essa cada su qualcuno, lo stritolerà”. 45 Udite queste parabole, i sommi sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro 46 e cercavano di catturarlo; ma avevano paura della folla che lo considerava un profeta ( Mt 21,33-46 ).

La parabola dei vignaioli omicidi è riportata dai vangeli di Matteo, Marco e Luca, in una maniera particolarmente omogenea; di fatto non si riscontrano sostanziali differenze nei tre evangelisti, ma c’è soltanto qualche particolare che differisce e che ci sembra opportuno evidenziare. Il contesto prossimo della parabola è identico per tutti e tre: dopo l’ingresso in Gerusalemme e l’episodio dei venditori cacciati dal Tempio, Gesù racconta questa parabola rivolta alla classe dirigente di Gerusalemme, alla fine della quale l’evangelista Matteo – esattamente come fanno anche Marco e Luca - sottolinea che i sommi sacerdoti e gli scribi capirono bene che questa parabola era stata detta proprio per loro.
L’evangelista Matteo, a differenza di Marco e di Luca, premette alla parabola dei vignaioli un’altra parabola, quella dei due figli, dove l’umanità è presentata attraverso le figure simboliche di figli che ricevono dal loro padre una disposizione, ma reagiscono in due modi diversi: uno ubbidisce soltanto con le parole ed è, nell’immediato contesto, una cifra che allude alla classe dirigente di Israele; il secondo, invece, ubbidisce nascostamente, senza professare la propria ubbidienza e senza preoccuparsi di dare a suo padre, né ad altri, un’immagine di sé di figlio modello. Dietro di lui si intravedono tutti coloro che, sebbene disprezzati dalle classi ragguardevoli degli scribi e dei farisei, come i samaritani o i pubblicani, non sembrano, agli occhi degli uomini, essere vicini a Dio, mentre nella sostanza delle cose e nell’esperienza stessa di Gesù, risultano spesso migliori di quanto non lo siano gli “specialisti” del sacro. Si svelano infatti più capaci di onestà e di pentimento, più attenti alla Parola del Regno, più fedeli al Messia, nella sua vita e nella sua morte. Tale parabola introduce dunque, significativamente, in Matteo quella dei vignaioli omicidi, dove la classe dirigente di Gerusalemme è rappresentata nell’atto di sostituirsi al padrone della vigna, ubbidendo solo apparentemente al suo dovere di amministrare fedelmente il popolo di Dio. Questa parabola è suscettibile di due livelli principali di interpretazione.