Introduzione
Contemplare
il volto di Gesù equivale a contemplare il Volto stesso di Dio: «Chi
ha visto me, ha visto il Padre. Io sono nel Padre e il Padre è in
me» (Gv
14,9b.11a).
Con
questa certezza nel cuore, i credenti di ogni tempo hanno adorato,
con devozione profonda e amore di figli, il Santo Volto di colui che
per amore, e solo per amore, ha immolato se stesso
per la salvezza di ciascuno e la redenzione dell'umanità intera.
E
la contemplazione del Volto di Cristo non può che ispirarsi a quanto
di lui ci dice la Sacra Scrittura, che è, da capo a fondo,
attraversata dal suo mistero, velatamente additato nell’Antico
Testamento e pienamente rivelato nel Nuovo. «Il tuo volto, Signore,
io cerco» (Sal 27,8).
L'antico anelito del salmista non poteva ricevere esaudimento più
grande e sorprendente che nella contemplazione del Volto di Cristo.
Dio ha assunto un volto umano; in Gesù di Nàzaret il volto di Dio
si è reso visibile: «Egli è immagine del Dio invisibile» (Col
1,15).
In lui veramente Dio ci ha benedetti, e «ha fatto splendere il suo
volto su di noi»
(cfr.
Sal 67,2). Al tempo stesso,
Dio e uomo qual è, ci rivela anche il volto autentico dell'uomo,
“svela pienamente l'uomo all’uomo”
(Gaudium et Spes, 22).
Solo
perché il Figlio di Dio è diventato veramente uomo, l'uomo può, in
lui e attraverso di lui, divenire realmente figlio di Dio. Per
riportare all'uomo il Volto del Padre, Gesù ha dovuto non soltanto
assumere il volto dell'uomo, ma caricarsi persino del "volto”
del
peccato. «Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece
peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare
giustizia di Dio» (2Cor 5,21).
Ma
la contemplazione del Volto di Cristo non può fermarsi all'immagine
di lui crocifisso. Egli è il Risorto! Se così non fosse,
«vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede»
(1 Cor 15,14).
Dalla
devozione alla teologia
