Non
possiamo essere un vero amico di chi non conosciamo. Pochi di noi
conoscono realmente se stessi e pochi sentono il bisogno di
conoscersi. Noi immaginiamo d'essere molto differenti da quello che
siamo in realtà, perché portiamo una maschera in pubblico e
soltanto qualche volta ce la togliamo, quando siamo da soli. Da qui
viene che noi crediamo che i nostri critici ci giudichino sempre
ingiustamente, e che gli amici hanno ragione quando ci lodano. Molte
nostre conoscenze potrebbero dirci i difetti che noi a voce alta
siamo disposti a negare; mentre sono molto veri. Conosci te stesso.
I
greci, molto sapientemente avevano scritto sul frontone del tempio di
Apollo a Delfi: conosci te stesso. Il vecchio Plutarco osserva a
questo riguardo: «Se il conosci te stesso dell'oracolo non fosse
facile per ogni uomo, i greci non l'avrebbero considerato come un
comandamento divino ». Anche il Redentore divino, narrando la storia
del flìgliol prodigo caratterizzò il momento della sua conversione
con queste parole: «Ritornato in se stesso, egli disse: ritornerò
al padre». (San Luca, 15, 25). Ritornare in se stesso equivale a
conoscere se stesso, non in modo intellettuale, ma in modo morale.
Non si tratta quindi di un fatto psicologico, ma di un fatto
teologico: non si tratta di conoscere ciò che noi pensiamo, ma di
conoscere i motivi e le segrete sorgenti delle nostre azioni.
